#Terre

QUANDO FARA’ OMBRA IL GELSO.

La terza raccolta poetica di Claudio Brancati

“Casa mia / è una casa / col tetto e le finestre / sulla strada”.

Ho pensato a lungo alla chiosa di “vendesi”, una delle tante, suggestive liriche contenute nella terza raccolta di versi dell’avvocato e poeta potentino Claudio Brancati, che titola emblematicamente “Quando farà ombra il gelso” (Nemapress Edizioni). Ho condiviso le parole di Andrea Galgano che, nella prefazione al volume, individua nella poetica di Brancati, quasi magicamente, il pronunciamento di un sospiro di gioia.

Anch’io ho vissuto le sensazioni di Pino Landonio che, nella quarta di copertina, paragona felicemente i versi dell’autore a sassi nello stagno “che si propagano in aloni di emozioni, in cerchi concentrici di sentimenti”.

E ho così ritrovato, assieme all’avvocato e al poeta, l’uomo Claudio Brancati, la sua maschera ironica, arguta e gentile; quell’espressione elegante, semiseria e malinconica, a tratti “gigioneggiante”, che ne tratteggia delicatamente l’animo umano e poetico.

Non userò giri di parole: Quando farà ombra il gelso è la più bella raccolta di Claudio Brancati; un lavoro commovente, autentico, sorprendente, a tratti dissacrante, partorito dall’amore, dal dolore e dalla verità.

Una raccolta in versi che scolpisce la figura di Brancati come uomo e poeta del nostro tempo, in cui, invero, la dicotomia uomo-poeta diviene simbiosi, abbraccio inscindibile, osmosi.

Le liriche sono lampi che accecano la notte; sono piccoli, improvvisati atti di un’infinita tragicommedia che somiglia molto alla vita e nella quale non si finge mai, in cui è quasi obbligatorio mettere costantemente in scena la verità.

Sono poesie che si riempiono i palmi delle mani di acqua pura e di terra fertile, di cielo terso e di mare sconfinato; poesie ricolme di afflati, di suoni, di visioni, di paure,  di tribolazioni, di carezze, di intuizioni in cui agevolmente si distingue il passo cadenzato del poeta, la sua lucida voce fuori campo che racconta il tempo e lo scorrere dei volti e dei paesaggi da ogni scorcio di esistenza immaginabile.

Non c’è da stupirsi, perciò, se in questa voluta prospettiva adimensionale, la casa del poeta “era la strada / tra i filari d’acacie”, era “lo spiazzo / tra il graticcio e una ginestra” (vendesi); se quel che si può ricordare di una stanza “è l’orizzonte / di là dai vetri” (mercoledì); se, sulle note di Jacques Brel, può esistere e resistere un amore che continua a cercarsi “da ogni alba / fino alla fine / di ogni giorno; / nonostante la ragione” (perduti e perdenti); se, nel grande circo di una vita figlia d’incertezze e di “storia fuggita”, può accadere che si muoia “di sopravvivenza / tra queste aiuole /spellate” (il punto prossimo di convergenza).

Si coglie, in questo testo che custodisce e rimanda, a tratti, alla poetica disincantata e profondamente umana di Vito Riviello, un soffio impercettibile che stringe l’animo poetico di Brancati alle fioriture ed agli appassimenti della natura, un respiro intenso che ha quale snodo ed inesorabile approdo l’amata e temuta ombra del gelso, punto metaforico di estremo contatto tra la vita, il sogno, l’amore, il dolore stesso e la fine delle cose.

Eppure il verseggiare di Brancati si salva e resiste all’implacabile “agonia del poeta”, riscoprendo la vita irrinunciabile nell’ombra delle cose e persino nei volti sofferenti degli ultimi, degli emarginati.

Ad esempio, nel cuore sbalestrato di Ciana e nelle sue indimenticabili “pupille acquamarina”, smarrite – forse – per sempre, ma ritrovate dal cuore del poeta di fronte ad una stazione silenziosa; oppure in quella donna senza nome di Kerkyra e in quella muta, reciproca, precaria appartenenza, condensata in pochi, simbolici oggetti, quali un coccio di moussaka ed un bicchiere di vino resinato; o ancora in quel monologo amoroso, dove il colore ed il battito del sentire (angosciato, carezzevole, grave, isterico, supplichevole, muto) bussano più forte delle stesse parole.

Ed è, probabilmente, per questo continuo rinascere e riabbracciare i volti e i posti più taciuti e disparati, che le poesie di questo formidabile autore non conoscono morte; e così sarà almeno fino a quando – come insegna proprio Brancati nei versi mirabili che chiudono la lirica “sotto assedio” – la nostra realtà rimarrà il sogno / della vita / che vorremmo.

Francesco Potenza

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